Negli ultimi decenni, la moda è diventata una delle industrie più pervasive e contraddittorie del pianeta: un sistema capace di fondere estetica, identità e status, ma fondato su catene produttive che generano sfruttamento dei lavoratori, inquinamento e spreco. L’intera filiera dell’abbigliamento si regge su un equilibrio precario, in cui il desiderio di consumo si fonde con l’opacità delle sue origini.
In questa puntata abbiamo ricostruito la storia e le dinamiche di un settore che, tra delocalizzazioni, manodopera sottopagata e montagne di scarti tessili, mostra i limiti di un modello economico che produce più di quanto il pianeta possa sostenere. Dalla tragedia del Rana Plaza al deserto dell’Atacama, dai nuovi regolamenti europei ai tentativi di rendere la moda circolare, abbiamo cercato le possibili vie d’uscita da un’industria che influenza molti aspetti della nostra quotidianità.
Ad aiutarci nella stesura di questa analisi sono state Marina Spadafora e Orsola de Castro, che ci hanno aiutato a contestualizzare i dati e le testimonianze degli esperti di settore, per capire dove finisce la “democratizzazione” della moda e dove comincia il suo degrado strutturale. La cosa importante infatti non è colpevolizzare chi compra, ma capire se sia possibile conciliare accessibilità, dignità del lavoro e sostenibilità in un’industria che sopravvive saturando il mercato di capi usa-e-getta.